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Dichiarazione di Domenico Proietti, Segretario Confederale UIL

L'Agenzia delle Entrate deve porsi l'obiettivo di recuperare nel 2018 almeno il 25% dell'evasione fiscale, mentre oggi ne recupera appena il 15%, rispetto ai 111 miliardi di evasione, stimati dalla commissione governativa Giovannini.

Il Direttore Ruffini definisce l'agenzia delle entrate come una sorta di tutor autostradale "che dovrebbe aiutare il cittadino a stare nel perimetro delle regole". Ricordiamo che in campo fiscale le regole non sono uguali per tutti. I lavoratori dipendenti e pensionati, infatti, prima pagano le tasse e poi prendono lo stipendio e la pensione, altri decidono come e quando fare il proprio dovere con il fisco.

Occorre dispiegare una reale volontà politica e amministrativa per contrastare questo fenomeno insopportabile per il nostro sistema economico e per la nostra democrazia, utilizzando al meglio il grande patrimonio di risorse professionali presenti nella Agenzia delle entrate. È un obiettivo realistico che consentirebbe da subito di abbassare le tasse ai cittadini onesti.

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Destinare le risorse recuperate per ridurre la pressione fiscale a lavoratori e pensionati

In questi anni, anche grazie all'iniziativa del Sindacato, sono stati fatti passi in avanti nella lotta all'evasione fiscale. Dobbiamo essere consapevoli di essere solo all'inizio per ripristinare la legalità fiscale e che anche quest'anno, per stime del Governo, l'evasione fiscale ammonta ancora a 111 miliardi. Questo è un dato incompatibile con lo sviluppo del nostro sistema economico e produttivo e rappresenta un vulnus alla vita democratica della comunità. Occorre fare di più e presto per recuperare una parte significativa di queste risorse.

È opportuno dispiegare una volontà politica forte e determinata, dando tutti gli strumenti a quanti operano in questo campo.

L'Agenzia delle Entrate deve mantenere il suo profilo di ente pubblico e valorizzare le straordinarie professionalità presenti al suo interno collaborando con la guardia di finanza.

Sarebbe opportuno creare un'Agenzia esclusiva per l'accertamento destinata ai soli controlli, così come occorre incrociare tutte le banche dati a disposizione dello Stato ed estendere il contrasto di interessi per i servizi alle famiglie. Le risorse recuperate devono essere destinate alla riduzione della pressione fiscale su lavoratori dipendenti e pensionati, i quali da sempre fanno il loro dovere con il fisco, pagando le tasse prima di ricevere lo stipendio e pensioni.

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La simulazione del Servizio Politiche Previdenziali della UIL

La decontribuzione che il Governo intende introdurre con la prossima Legge di bilancio, in riferimento all'assunzione stabile di giovani, può essere uno strumento utile, a condizione che sia interamente fiscalizzata per evitare danni sul futuro pensionistico dei lavoratori.

La presente simulazione della Uil dimostra che una mancata fiscalizzazione comporterebbe una riduzione permanente del 3% del trattamento pensionistico. Un lavoratore con un reddito attuale di 20.660 euro lordi annui vedrebbe, infatti, la propria pensione mensile scendere da 2.216 euro a 2.157 euro con una perdita di 59 euro.

Per rendere più equa la norma, la Uil propone che la decontribuzione riguardi anche l'aliquota a carico del lavoratore che vedrebbe così aumentare il proprio reddito disponibile. Sempre nel caso del reddito medio, 20.660 euro lordi annui, una riduzione del 50% del contributo comporterebbe un aumento in busta paga di 74 euro lordi mensili, questo sarebbe un modo concreto per rilanciare i consumi e la domanda interna sostenendo, così, la ripresa economica.

Roma, 03 agosto 2017

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Un'ipotesi che starebbe valutando il Governo per reintrodurre la flessibilità in uscita prevedrebbe un taglio lineare dell'assegno pensionistico.In uno studio UIL abbiamo simulato l'effetto che questo taglio avrebbe sulla pensione e il risultato sarebbe una perdita significativa e disincentivante, totalmente a scapito dei lavoratori. Infatti, il richiedente nel caso di un anno di anticipo con un trattamento di 13.000 € lordi annui vedrebbe la propria pensione tagliata di 520 € l'anno; se anticipasse di due anni, il taglio sarebbe di 1.040 €; con tre anni di anticipo perderebbe 1.560 €. Nell'ipotesi di un trattamento di 19.500 € lordi annui dovrebbe rinunciare a 780 € per un anno di anticipo, a 1.560 € per due anni di anticipo, ed infine con 3 anni di anticipo a 2.340 €. Ricordiamo inoltre che tali perdite opererebbero dal momento del pensionamento per tutto il resto della vita del richiedente.

Per la UIL bisogna reintrodurre la flessibilità di accesso alla pensione a partire dai 62 anni. Il sindacato è pronto ad un confronto.

Chiediamo, dunque, al Governo l'apertura in breve tempo di un dialogo per poter individuare la via migliore da perseguire, evitando gli errori commessi nel recente passato.

Definire una soluzione utile e positiva metterebbe fine alla confusione esistente.

Studio completo in allegato.

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E' grave che un Istituto come l'Inps diffonda notizie imprecise. Quando si parla di regole contributive e previdenziali "molto vantaggiose" per i sindacalisti si esprime una valutazione così generica e sommaria da far sospettare che l'intento sia quello di ingenerare discredito e non di fare chiarezza.
In realtà, senza scendere nei tecnicismi e in parole povere, accade quanto segue. Quando un sindacalista lascia la sua azienda o il suo ufficio per intraprendere un'attività sindacale, la sua carriera professionale e i suoi emolumenti vengono automaticamente bloccati e si cristallizzano a quel momento.

Se quella persona - che magari era un operaio, un commesso, un impiegato - diventa poi un dirigente sindacale è del tutto normale che il Sindacato per il quale egli lavora possa intervenire e adeguare la sua condizione economica e contributiva al nuovo stato.

Non si sarebbe forse determinato lo stesso effetto pratico se avesse proseguito la sua attività nel luogo di lavoro di provenienza? Al contrario, se così non accadesse, risulterebbe lui enormemente svantaggiato! Nessun vantaggio, dunque, né condizione di privilegio per i sindacalisti.

Qualche eccesso è stato consumato. Ma non è provando a gettare discredito su un'intera categoria che si risolvono i problemi del Paese che, di certo, non sono generati dal legittimo adeguamento degli stipendi e delle pensioni di qualche sindacalista.

Roma, 4 settembre 2015

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L'interpretazione fornita dal Ministero del Lavoro, in merito alla 6° salvaguardia per i lavoratori esodati, tendente ad escludere dai possibili aventi diritto alla salvaguardia gli operai agricoli a tempo determinato, è sbagliata e profondamente ingiusta.

Rischia infatti di discriminare centinaia di lavoratori del settore agricolo che, nonostante abbiano maturato i requisiti al pensionamento prima dell'entrata in vigore della Legge Monti – Fornero, si vedono negare l'accesso alla pensione.

La UIL chiede al Ministero del Lavoro di riconfermare i contenuti della lettera e) della legge n. 147/2014 e della stessa Circolare ministeriale n. 27/2014 che prevede la salvaguardia per i lavoratori "con contratto di lavoro a tempo determinato cessati tra il 2007 e il 2011 ..." senza fare nessun alcun riferimento né alla disciplina dei contratti a termine per i settori non agricoli (L.368/2001) né a quella prevista per gli operai agricoli (L. 375/1993).

Considerando che la salvaguardia ha interessato un numero di lavoratori corrispondenti alla piena copertura finanziaria del provvedimento, la corretta interpretazione della norma da parte del Ministero eviterebbe lunghi contenziosi che penalizzerebbero ulteriormente i lavoratori agricoli.

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È davvero incredibile che in un Paese che ha il record mondiale di evasione fiscale, il Governo possa solo aver pensato di alzare la soglia di rilevanza penale al 3% dell'imponibile evaso. Si tratta di un gigantesco regalo agli evasori che contraddice il principio costituzionale di progressività della tassazione. La lotta all'evasione fiscale va condotta senza se e senza ma. L'evasione rappresenta infatti un danno gravissimo al nostro sistema economico e un vulnus alla democrazia. Il Governo, quindi, rafforzi le risorse umane dedicate alla lotta all'evasione, valorizzando le grandi professionalità esistenti e aumenti il numero dei controlli visto che in un anno viene sottoposto ad accertamento appena il 5% dei contribuenti privi del sostituto d'imposta.

È inoltre necessario un deciso rafforzamento del contrasto di interessi per i servizi alle famiglie, ampliando contestualmente l'attività di incrocio delle diverse banche dati già presenti nel Paese.

Le risorse recuperate devono essere destinate a diminuire la pressione fiscale a lavoratori e pensionati che in questi anni sono stati fortemente penalizzati dall'aumento della tassazione nazionale e locale anche attraverso strumenti innovativi legati alla contrattazione e alla piena rivalutazione delle pensioni.

Questa è la strada per un vero "cambio di marcia" nel funzionamento del nostro sistema fiscale.

Roma, 7 gennaio 2015

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DICHIARAZIONE DEL SEGRETARIO CONFEDERALE DELLA UIL DOMENICO PROIETTI

Il Governo continua a fare annunci di provvedimenti senza valutare attentamente la normativa vigente. Ultima in ordine di tempo la proposta di mettere il TFR dei lavoratori in busta paga.

È bene ricordare in proposito che il TFR è salario differito e quindi già nella titolarità del lavoratore. Il riconoscimento in busta paga non è quindi un aumento di retribuzione o un bonus aggiuntivo riconosciuto dal Governo, ma semplicemente un anticipo di quanto già spettante al lavoratore.

Per la UIL, in ogni caso, un eventuale intervento legislativo in questa direzione deve prevedere che sia il lavoratore a scegliere liberamente come utilizzare il proprio TFR.

Nel merito, il Presidente Renzi sembra comunque ignorare buona parte delle norme che attualmente regolano il trattamento di fine rapporto.

1) Il TFR può essere destinato alla previdenza complementare che, in questi anni, ha dato rendimenti medi sensibilmente superiori alla rivalutazione del TFR lasciato in azienda.

2) L'attuale normativa prevede per le aziende con almeno 50 dipendenti che il TFR non destinato alla previdenza complementare transiti nel Fondo di Tesoreria del MEF che vale oggi oltre sei miliardi l'anno. Il Governo intende rinunciare a questo flusso?

3) Dalle dichiarazioni del Presidente del Consiglio si apprende che l'anticipo in busta paga del TFR varrebbe solo per il settore privato e non per quello pubblico. Con una nuova pesante discriminazione per i lavoratori del comparto.

4) In questi anni si è sviluppata in maniera esponenziale la cessione del quinto dello stipendio e quindi in molti casi il TFR è di fatto nella disponibilità delle finanziarie come garanzia del prestito.

5) La quota di TFR riconosciuta eventualmente in busta paga andrebbe comunque sterilizzata ai fini fiscali, per evitare la beffa di un aumento delle tasse.

Siamo quindi in presenza di una materia molto complessa, ricordiamo pertanto al Presidente Renzi il motto che ispirava l'azione del Presidente Luigi Einaudi "Conoscere per deliberare".

Roma, 30 settembre 2014

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